Cari amici,

in tanto oggi, come per un appuntamento atteso da tempo, ci troviamo insieme per dar vita ad un'impresa ardimentosa che proprio in questa qualità brucia ogni sospetto di opportunismo. In rischio infatti non fa che esaltare le ragioni alte della nostra scelta.

Questo nostro impegno ci impone uno sforzo grande per rendere chiaro il progetto e comprensibili le motivazioni, vincendo le troppe distorsioni interessate ed i tentativi di offuscarlo.

Le insinuazioni ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale:   abbiamo, perciò ancora di più il dovere di essere chiari con noi stessi, con l'opinione pubblica, con gli elettori ai quali si rivolge il nostro appello.

Il tempo trascorso, fino agli ultimi avvenimenti, sta mettendo a nudo la condizione difficile della vita politica italiana, i suoi limiti, la sensazione di vuoto crescente dopo il cataclisma dei primi anni '90, ancora da approfondire nelle sue cause, nelle sue vere origini, in tutte le sue implicazioni. Da quella fase traumatica della vita del Paese, come sempre avviene in tutte le grandi trasformazioni, sono scaturite delle vere e proprie mutazioni genetiche delle forze politiche: abbiamo assistito alla fine di alcune di esse, mentre ne sono nate di nuove, nella maggior parte all'insegna di una diffusa diffidenza, quando non di un esplicito rifiuto della politica come strumento di governo della vita del Paese.

La politica come marketing.

Negli ultimi anni, l'immagine ha finito per sovrapporsi alla capacità di proposta e di elaborazione dei programmi, mentre un ingombrante personalismo ha inghiottito ogni segno di partecipazione politica, ormai annullata dalle tecniche e dai grandi numeri dei sondaggi: la politica come marketing.

Questo è lo sconfortante dato che domina la politica italiana. Berlusconi, che pur ebbe il merito di aver contrastato e sconfitto la "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto, è l'inventore di questa nuova formula della politica come marketing.

Ma oggi Berlusconi è qualcosa di più: è un caposcuola, perché è riuscito a realizzare il miracolo di "berlusconizzare" anche la sinistra che lo segue e lo insegue nei suoi schemi e nel suo stile.

La designazione di Rutelli è la conferma di questo clima, nata com'è senza alcuna forma di coinvolgimento democratico, senza neppure una finzione di   dibattito, senza una parvenza di programma. L'omologazione è completa.

La cartellonistica, lo ha rilevato Pippo Baudo nella sua introduzione, è un susseguirsi di slogan che, per la banalità e ovvietà delle affermazioni, potrebbero andar bene per tutti e in tutte le latitudini.

Si troverebbe mai qualcuno capace di dire che non occorre garantire la sicurezza? O chi voglia per scelta un Governo debole e non trasparente? Queste sono solo alcune delle banalità di una politica fatta di slogan che non affondano nelle ragioni e nelle radici dei problemi.

Si pensi ancora alla sicurezza esibita come grande tema senza che nessuno si ponga il problema di capire come, nel nostro Paese, si realizzi spesso la stranezza di una violenza, per esempio, verso gli imputati e di un lassismo verso i condannati.

Nessuno parla di queste contraddizioni profonde, che noi - insieme - dobbiamo cercare di capire e rimuovere.

Berlusconi è tornato ad essere presidenzialista. E Rutelli, meno sicuro di sé, annaspante, privo di un progetto e di un programma, in una intervista (ormai la politica è tutta nella immagine televisiva) timidamente ha avuto soltanto la possibilità di dire che anche lui è presidenzialista, ma soltanto a titolo personale!

Un premier, dunque, che non ha il coraggio di esprimere un disegno, un progetto, su un punto qualificante per la prossima legislatura.

Anche in questo l'omologazione è completa. I due poli, centro-destra e centro-sinistra, non sanno che offrirci un presidenzialismo lontano dalla tradizione europea: non c'è paese europeo che conosca l'elezione diretta o il presidenzialismo.

L'elezione diretta è difficilmente conciliabile non solo con la storia del nostro Paese, ma anche con le sue radici culturali e con le sue caratteristiche geoterritoriali.

Nell'Italia delle cento città, delle piccole e medie imprese, del pluralismo e della diversità non è pensabile applicare una struttura istituzionale rigida come quella che, in questo modo, verrebbe ad essere imposta. Questi sono alcuni dei temi della prossima campagna elettorale che ci fanno comprendere quale sia la condizione nella quale si trovano ad operare quelli che si fanno portatori di un vero progetto politico.

Un partito nuovo per la casa dei moderati.

In questo quadro di sostanziale omologazione non c'erano che due scelte possibili: o rassegnarsi ad accettare, con qualche mugugno, con qualche sofferenza, un quadro che disincentiva l'interesse alla politica, oppure tentare con coraggio l'apertura di una strada nuova. Ed è questo quello che noi vogliamo fare, lasciando anche la protezione - voglio dirlo con forza - di case comode anche se ormai priva di vita e di anima.

Abbiamo preferito muoverci in mare aperto per realizzare la novità di un nuovo partito, un compito grande a cui corrisponde una grande responsabilità rispetto a chi ha chiesto come mai, da parte nostra si sia pensato ad una nuova formazione politica, noi abbiamo il dovere di farci carico di una risposta, perché questo interrogativo pesa sulla nostra iniziativa. Dobbiamo convincere tutti che la nostra non è l'iniziativa per far sorgere uno dei tanti partiti che spuntano per vivere garantiti, nei collegi del maggioritario, dall'uno o dall'altro polo: noi proponiamo una novità assoluta nel panorama politico italiano. Nel dichiarato tentativo di superamento dell'attuale condizione della vita politica, vi è anche la sfida delle grandi corazzate che hanno dimostrato disomogeneità programmatica e mancanza di collante naturale. L'omogeneità del nostro progetto e la coerenza del nostro progetto e la coerenza del nostro disegno politico rafforzano il rifiuto di vivere da piccoli parassiti che siedono sul tavolo delle due grandi case. La sfida che noi lanciamo - lo voglio dire ai giovani - è quella di un partito nuovo per offrire una casa ai moderati, che non sono né conservatori né esangui mediatori privi di passione e di idee. Noi a questo moderatismo vogliamo oggi dare una vera casa, la cui assenza nel nostro Paese è una delle grandi ragioni di affanno per la democrazia, reso evidente dall'alto numero di coloro che, non riconoscendosi in questo sistema, rifiutano il voto.

Le grandi scelte.

La casa che vogliamo costruire poggia su due grandi pilastri: quello della partecipazione e della democrazia interna di un partito che sia partito istituzionale e quello di un programma definito sulla base del quale presentarci al corpo elettorale chiedendone il consenso.

Il programma è certamente un elenco di scelte, di cose da fare: e noi, per ragioni di facilità di comunicazione, indicheremo alcuni punti che sono per noi altrettante ragioni di orientamento. I programmi non sono soltanto un elenco, ma un insieme di proposte legate dal forte filo delle scelte di fondo, delle grandi opzioni culturali.

La fine del secondo millennio segna il superamento della dimensione politica così come noi l'abbiamo vissuta per tanto tempo, tutta incentrata attorno allo Stato dal quale promana ogni diritto. Una tale concezione di Stato è oggi superata. Il millennio si era aperto nel segno del grande pluralismo della civiltà medievale, di una civiltà che riconosceva più forte la società delle istituzioni, ha poi conosciuto l'enfasi dello Stato etico, dello Stato che nelle sue versioni fasciste e comuniste ha realizzato il massimo di sopraffazione dell'individuo; ebbene, questo millennio si conclude riconoscendo il primato della società e degli organismi che ne sono espressione, come la famiglia ed i soggetti, singoli o collettivi.

L'ispirazione cristiana è un grande punto di orientamento delle vostre scelte, secondo l'insegnamento di Sturzo. Da una visione così concepita, che nella vita civile mette al centro la persona umana con i suoi diritti e doveri, deriva quel principio di sussidiarietà che regola il nuovo rapporto tra Stato e società.

Naturalmente l'ispirazione cristiana è qualcosa di molto più laico e di molto più profondo dell'espressione "cattolici democratici" perché connota il riferimento ad una civiltà che, prescindendo finanche dalla condizione soggettiva del dono della fede, vuole indicare l'esigenza del riferimento a quei valori forti senza dei quali una società non può vivere né può prosperare.

L'ispirazione liberaldemocratica è l'altra grande forza che anima la nostra scelta. Difendere quell'insieme di garanzie e di diritti che sono il portato di tante lotte, significa difendere non solo molte preziose conquiste della civiltà occidentale, ma anche un patrimonio condiviso nel quale, dopo tante lacerazioni, possono oggi riconoscersi uomini e forze di diverso orientamento politico e culturale. Ai molti rischi di riduzione sostanziale degli spazi di libertà e delle garanzie individuali e collettive occorre perciò essere estremamente attenti, sul piano politico e su quello delle iniziative legislative e parlamentari.

Una democrazia pluralista attenta ai deboli

Il dibattito sulle istituzioni è il segno dell'attenzione con cui si guarda alle regole fondamentali del gioco democratico: ma i pochi risultati conseguiti lungo il cammino delle riforme sono la precisa conseguenza di difficoltà e di condizionamenti.

Nel suo intervento, Gnutti ha fatto riferimento al sistema tedesco, una formula che indica molte cose: innanzitutto rifiuto alla violenza dell'attuale maggioritario, poi necessità di muoversi per garantire insieme stabilità e rappresentanza delle forze politiche autenticamente radicate sul terreno delle grandi scelte culturali; da ultimo, ma non per ultimo, una scelta territorialmente policentrica che noi riteniamo appropriata alla condizione del nostro tempo.

I temi istituzionali forse erano una volta per noi terreno di incontro con la sinistra con la quale sono state, invece, sempre notevoli le distanze sui grandi temi dell'etica, della bioetica, della vita. Sulle questioni istituzionali invece c'è stata sempre una possibilità di dialogo proficuo perché era forte nella sinistra l'antica vocazione a valorizzare la partecipazione politica e la centralità del Parlamento. Ritroviamo oggi una sinistra diventata presidenzialista e maggioritaria che rinnega il meglio della sua storia, tagliando, in un certo senso, gli unici fili che potevano mantenere forte un collegamento in quella direzione.

Adottare il sistema tedesco significa la fine di quel maggioritario invocato e sostenuto dei due poli, che però non cessano di delegittimarsi. Laddove vige il sistema maggioritario vi sono il reciproco fair play e una condivisione di fondo delle concezioni e dei modi di intendere la democrazia. Da noi continua la serie di vicendevoli accuse: da una parte si delegittima Berlusconi in mille modi, dall'altra Berlusconi risponde gridando: "ai comunisti". E questo dovrebbe essere il maggioritario capace di garantire coesione, stabilità ed efficienza del nostro, sistema!

Naturalmente, le istituzioni non sono entità astratte, ma sono il portato di precise scelte che possono o non rafforzare la vita democratica e la crescita equilibrata del Paese. Perciò, quando parliamo di sistema tedesco e di abbandono di ogni suggestione presidenzialista o maggioritaria, tocchiamo anche punti fermi quali le ragioni delle esclusioni sociali, dei più deboli, del Mezzogiorno. Con un sistema istituzionale, politico ed elettorale rigido, le aree meno sviluppate ed i ceti sociali meno garantiti finiscono per essere i punti deboli sui quali si scaricano le tensioni e, in qualche modo, lo strapotere dei grandi gruppi; e questo rende più difficile il compito della politica nel mediare per realizzare quella condizione di sostegno necessaria.

Tale visione, allora, il rispetto del valore della vita e della dignità individuale, il non immaginare più lo Stato come unico depositario, garante e dispensatore di tutti i servizi, e la scelta di un ordinamento istituzionale e di un sistema elettorale equilibrati e coerenti sono indissolubilmente legati. Qualche tempo fa, lo stesso Presidente del Consiglio in carica, Giuliano Amato, ha tuonato contro i Suslov e le Suslov nostrane che continuano a demonizzare la presenza del privato ei servizi sociali sciupando una grande occasione per coniugare insieme solidarietà e competitività e innalzare così la qualità, l'efficienza e la stessa diffusione dei grandi servizi sociali, della sanità e della scuola.

Il problema della giustizia

La giustizia, sotto tutte le latitudini, dovrebbe essere la condizione prima della pace sociale. Da noi non può dirsi che sia stato sempre così. Per questo senza rinfocolare polemiche e riaprire scontri occorre serenamente porre all'ordine del giorno il problema di come evitare le grandi distorsioni che si sono realizzate nel pianeta giustizia. È indispensabile sciogliere l'attuale intreccio senza regole delle funzioni e delle carriere di giudici e pm. Così come occorre affrontare la questione dei limiti dell'autogoverno e dell'autodisciplina dei magistrati. Altro che la proposta dell'attuale Guardasigilli di attribuire al CSM anche il potere di direzione nell'esercizio dell'azione penale! Noi vogliamo che sia restituita ai singoli magistrati la libertà della quale dovranno rispondere innanzitutto alla loro coscienza. Le esasperazioni associative e corporative, incentivate per esempio dai sistema elettorale del CSM, sono spesso causa della perdita di autonomia dei singoli magistrati, oltre che la fonte di tanti guasti nella giustizia.

Un partito democratico legato al popolarismo europeo.

Noi siamo popolari perché intendiamo essere legati alla tradizione e alla famiglia del popolarismo europeo, senza rinunciare in quella sede ad essere presenti se necessario in modo critico. Non potremmo mai immaginare una sorta di indifferenza rispetto alla grande tradizione popolare: la tradizione socialdemocratica rimane lontana da noi perché continua a farsi portatrice di una concezione sistemica e statalista della organizzazione delle nostre società.

Un altro pilastro sul quale costruire la nostra novità è il partito. Noi vogliamo realizzare, tutti insieme, un partito istituzionale. In questo tempo di partiti leggeri, leggerezza dopo leggerezza, la lievita è giunta fino al punto di concepire il partito soltanto come espressione di posizioni personali. Nessuno di noi intende acquisire questo come principio e come metodo interno.

Siamo contro ogni forma di presidenzialismo interno, contro ogni forma di elezione diretta, vogliamo realizzare un partito che si fondi su tre grandi principi. Poi faremo marce forzate per avere presto uno statuto che sia il catalogo dei diritti ma anche dei doveri di ciascuno di noi.

I tre grandi principi sui quali costruiremo un nostro statuto saranno:

- la partecipazione attiva degli aderenti con adesioni personali, trasparenti e garantite;

- una scelta organizzativa interna non presidenzialista;

- una scelta rigorosamente autonomistica.

Oggi vi chiediamo di dare l'avallo a questi tre principi per poter avviare l'opera di definizione e di redazione di uno statuto. Nella fase che ora comincia, dovremo saper fronteggiare insieme le difficoltà, anche quelle eventualmente derivanti dal fatto che, in questa nuova iniziativa politica, si trovano oggi uomini che hanno provenienze e culture diverse. Dovremo realizzare insieme la coesione necessaria per essere forti nella battaglia che ci attende.

Noi intendiamo rendere compiutamente vero il principio costituzionale dell'art. 49 della Costituzione, che afferma che i partiti hanno come funzione quella di associare i cittadini per farli concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Siamo stanchi di queste immagini di partiti personali che sono la grande anomalia dell'attuale nostro sistema: piccoli o grandi partiti che siano, fino al grande partito Forza Italia. Noi abbiamo una concezione diversa del ruolo, della funzione dei partiti e del significato profondo della democrazia.

Su questi due pilastri vogliamo costruire una grande casa. Un partito istituzionale e un partito di programma.

Le alleanze. Su questo noi sappiamo che tutti intendono interrogarci. Noi rispondiamo a tutti che vogliamo far saltare questa sorta di sistema tolemaico per cui esisterebbero delle stelle fisse intorno alle quali debbono ruotare le altre. Noi chiediamo a tutti di confrontarsi con noi, sulle nostre grandi scelte, come noi siamo disponibili a fare senza pregiudizi. Noi vogliamo sconfiggere questo sistema di alleanze tutte costruite per vincere e non per realizzare programmi. Gli attuali poli non sono in grado di indicare grandi soluzioni alle grandi questioni del Paese perché, se lo facessero, la fittizia unità realizzata nella spartizione dei collegi si infrangerebbe.

Noi avremo il coraggio di presentarci da soli in tutti i collegi, su tutto il territorio del Paese. Questa è la scelta. Il nostro compito, la nostra funzione, è quella di spezzare un bipolarismo artificioso e opportunistico.

Questo varrà anche per le elezioni amministrative. È una questione che, dopo il "Porta a Porta", ha suscitato polemiche e preoccupazioni. Nelle elezioni amministrative noi presenteremo ovunque, dove potremo, i nostri candidati. E poi? E poi giudicheremo sulla base di due criteri: 1) i programmi, quando saremo costretti alla necessità di esprimere un voto che non potrà più essere su nostri candidati; 2) un decentramento pieno delle decisioni finali.

Invito ai militanti

Io credo, cari amici, che in questa impresa occorra un grande senso di generosità da parte di tutti. So che c'è una gran voglia di partecipazione e la volontà di essere presenti è più forte per la voglia di dare un contributo, ma noi dobbiamo sapere superare le difficoltà di questo momento, noi dobbiamo dimostrare di saper guardare ai grandi obiettivi.

Nei tempi rapidi che ci saranno consentiti noi realizzeremo il progetto che ho illustrato. Realizzeremo presto una piattaforma programmatica puntuale, tenteremo di dare un primo assetto organizzativo nelle realtà regionali, ma l'invito a tutti è alla generosità. Questa impresa nasce, si regge e potrà crescere solo in presenza di un'ampia e forte disponibilità verso un progetto che è ardimentoso e di sfida.

 

Appello ai popolari.

Alcune parole non posso non dirle ai tanti amici popolari qui presenti.

Cari amici popolari, noi abbiamo lasciato un partito, cosa che costituisce sempre una scelta grave. Vivendo in un partito si assume anche l'obbligo morale dell'unità: una minoranza, per il solo fatto di essere tale, non ha il diritto di dissociazione fino alla estraniazione. Tuttavia v'è un limite: quando il contrasto fra maggioranza e minoranza non verte sui modi di gestione ma sulla difesa delle ragioni fondanti del partito, allora, io credo, che ci sia la legittimità della separazione per garantire la sopravvivenza di un'idea, di un progetto.

In tono sommesso, per pudore e per tristezza, dico che il partito popolare ha purtroppo scelto la strada del cupio dissolvi.

Ha acquisito, come sua linea per ora implicita, la scelta prodiana del partito unico nel quale il destino e la forza dei popolari diventerebbero null'altro di diverso da quella dei cristiano-sociali. Naturalmente questa strategia conoscerà la tappa intermedia dell'unificazione nella Margherita. Questa non è la nostra scelta, non è la nostra vocazione.

Noi riteniamo che questo binomio Rutelli-Fassino rappresenti la scelta di annegamento dei popolari, sia l'emblema di una mutazione profonda del centro-sinistra.

L'annegamento per ora sarà nella Margherita che è la negazione della nostra storia. Da molte parti ci è stato rivolto l'invito ad attendere il dopo le elezioni. È una dolce tentazione quella di vivere questo tempo in una garantita tranquillità per rinviare al domani e ai suoi esiti ogni decisione. Purtroppo, però, oggi è il tempo di assumerci le nostre responsabilità e noi non intendiamo sottrarci. Siamo consapevoli che la nostra scelta avviene nella difficoltà del rischio, ma proprio questo esalta il nostro progetto, poiché dà la misura della forza e della convinzione con cui abbiamo assunto l'iniziativa.

A questo progetto - lo dico ai popolari ma anche agli amici che provengono da altre esperienze - a questo progetto, noi intendiamo dare con umiltà e con orgoglio la testimonianza della nostra fede e l'impegno della nostra azione.